C’è una fragilità che spesso non arriva agli sportelli, non bussa alla porta dei servizi, non diventa subito una richiesta di aiuto. Resta dietro una porta chiusa, in una telefonata che non arriva. È quella di alcune persone anziane che vivono sole, che spesso non conoscono le opportunità del territorio o che, semplicemente, fanno sempre più fatica a orientarsi in una rete di servizi complessa.

Ed è proprio lì, prima che il bisogno diventi emergenza, che è nata la sperimentazione degli Agenti Comunitari di Salute, una professionalità innovativa ispirata alle più avanzate esperienze internazionali di sanità territoriale e medicina di comunità e avviata nel quartiere Savena, in particolare le aree di Pontevecchio, Bitone, Cavedone e parte del Fossolo, dal Comune di Bologna insieme a Fondazione IU Rusconi Ghigi e Azienda Ausl di Bologna. 

Una nuova figura di prossimità pensata per ascoltare, orientare e costruire ponti tra cittadinanza, servizi socio-sanitari e reti del territorio, che ha portato la cura più vicino alla vita quotidiana delle persone e le incontra nei luoghi dove le relazioni esistono ancora – farmacie, ambulatori, centri sociali, negozi di vicinato – per intercettare prima le fragilità e trasformarle in risposte concrete. Ma non solo, il progetto ha offerto uno sportello telefonico informativo tre giorni a settimana, un punto d’ascolto libero ogni mercoledì mattina a Villa Paradiso, visite domiciliari, orientamento ai servizi, mappatura delle opportunità sociali, culturali e sanitarie presenti nel quartiere, percorsi di co-progettazione di attività di socializzazione e promozione della salute e costruzione di risposte personalizzate.

A supporto degli Agenti Comunitari di Salute ha operato un gruppo territoriale multidisciplinare composto dai Servizi Sociali Territoriali, da professionisti dell’Azienda USL di Bologna, dal Dipartimento Welfare del Comune di Bologna e dalla Fondazione IU Rusconi Ghigi, con il compito di accompagnare la sperimentazione e rafforzare il collegamento con servizi, associazioni e risorse già presenti nella comunità locale.

La sperimentazione, finanziata con risorse PN Metro Plus Città Medie e Sud 2021–2027, è durata otto mesi ed è inserita in un progetto triennale più ampio, che vuole testare un nuovo modello di welfare di prossimità. L’obiettivo, al termine di questa prima fase, è capire come adattare il modello e portarlo progressivamente anche negli altri quartieri di Bologna.

Abbiamo raggiunto Giorgia Padovan e Francesco Fiormarino, Agenti comunitari di salute, per farci raccontare qualcosa di più.

Chi è concretamente un Agente Comunitario di Salute?

L’agente comunitario di salute nel Quartiere Savena si è impegnato a garantire l’effettività del diritto alla salute per le persone over 75, con il compito di realizzare un ponte tra i servizi offerti e la cittadinanza.

L’Agente, attraverso uno sportello fisico presso Villa Paradiso (via Emilia Levante 138) e con un supporto telefonico, ha ascoltato e accolto i bisogni delle persone che si sentono sole, ha aiutato a comprendere meglio come utilizzare i servizi sanitari e sociali, orientato verso le opportunità del territorio; l’incontro con la persona è avvenuto anche in luoghi di prossimità (al parco, bar di fiducia, ecc), con l’Agente che “va verso i cittadini”, un tratto distintivo di questa nuova figura sul territorio cittadino.

Oltre al supporto individuale, l’Agente ha promosso attivamente il benessere collettivo organizzando incontri di gruppo dedicati alla prevenzione e promozione della salute: alimentazione corretta, attività fisica, stimolazione cognitiva e momenti di socialità.

Quali bisogni, finora rimasti invisibili, questo progetto ha reso visibili?

Prima di parlare di bisogni, è necessario rimarcare che “il diritto alla salute è un fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (articolo 32 della Costituzione Italiana); si definisce la salute non come semplice assenza di malattia, ma come uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Da questi mesi di indagine e ricerca sul territorio è emerso che il contrasto all’isolamento sociale è la priorità su cui lavorare; di conseguenza, è emersa la necessità di potenziare i servizi socio-sanitari di prossimità, attraverso l’incremento di attività di promozione della salute che possano stimolare partecipazione, socialità, senso di comunità e fiducia nelle istituzioni.

Perché è stato scelto il quartiere Savena per la prima sperimentazione? Che caratteristiche hanno le aree coinvolte e quali bisogni specifici sono emersi?

Il Comune di Bologna ha realizzato uno studio sulla popolazione utilizzando degli indicatori demografici, sociali, ed economici. L’obiettivo dello studio è stato di tentare una misurazione, in forma comparativa, della potenziali fragilità; in ogni quartiere di Bologna sono emerse caratteri differenti, in particolare nella zona di sperimentazione del quartiere Savena è emersa un’alta densità di persone over 75 in isolamento sociale. Il “lavoro sul campo” degli Agenti ha confermato questa tendenza, la cui causa merita un approfondimento a livello sociologico. In linea di massima, si elencano i bisogni emersi con più frequenza e conseguenti richieste ricevute in questi mesi: conoscenza e/o inserimento in attività di socializzazione, gruppi di cammino/ginnastica o di stimolazione cognitiva, orientamento e/o indirizzamento ai servizi sociali territoriali, punti di facilitazione digitale e, in ultimo, una richiesta frequente di conoscenza/compagnia degli Agenti per “godere” di un confronto intergenerazionale. Inoltre, attraverso il supporto dei Medici di Medicina Generale e dell’Infermiere di Famiglia e Comunità, si è provato a rinforzare la rete dei servizi sanitari. 

Qual è la parte più delicata del lavoro degli Agenti Comunitari di Salute? Quali fragilità e quali risposte ha offerto il progetto a una persona anziana sola o con reti fragili?

La parte più delicata ha riguardato sicuramente l’aspetto emotivo: impegnarsi lavorativamente nel sociale comporta lo sviluppo di una notevole empatia e capacità di lettura delle situazioni, ma al tempo stesso si corre il rischio di somatizzare le inevitabili problematiche che emergono nel seguire persone vulnerabili. Inoltre, a livello psicologico subentra frustrazione nel momento in cui non si è grado di soddisfare il bisogno dei cittadini.

Obiettivamente l’Agente non può risolvere d’improvviso le carenze strutturali di un sistema in continua e rapido cambiamento, ma sicuramente può essere una sentinella in più sul territorio, “di strada” e in prossimità, quindi verso e vicina alle persone; da evidenziare come l’Agente ha funto anche da anello di congiunzione tra le varie realtà del territorio. In conclusione, con il contributo degli Agenti, l’obiettivo è stato quello di incrementare i servizi in base alle richieste dei cittadini, attraverso una proficua cooperazione e sinergia tra le varie risorse del territorio, per il principio che “più fitta è la rete e più basso è il rischio che qualcuno resti indietro”. 

Che cosa è accaduto dopo che veniva intercettato un bisogno? Qual è stato il percorso?
Quando intercettavamo un bisogno non applicavamo mai una procedura standard, ma un percorso personalizzato basato sulla relazione e sulla fiducia. Il primo passo, sicuramente, è stato l’ascolto. È stato possibile incontrarci di persona presso lo sportello di Villa Paradiso, parlare al telefono, oppure organizzarci per vederci in un punto del quartiere vicino alla casa della persona, in un luogo neutro dove si sentiva a proprio agio.  Questo ci ha permesso di decodificare la richiesta reale, che quasi sempre ha unito ad una fragilità sanitaria latente una forte componente di solitudine. Successivamente, in base al bisogno raccolto, abbiamo fatto da “ponte” verso la rete dei servizi del territorio. Abbiamo avuto la possibilità di rapportarci direttamente con i servizi socio-sanitari del territorio, come l’Infermiera di Famiglia e Comunità (IFEC) o i Servizi Sociali Territoriali, e con le risorse territoriali esistenti per co-progettare una risposta integrata. Infine, se tra i bisogni rilevati vi era l’isolamento sociale, il percorso è proseguito con un nostro accompagnamento concreto nella quotidianità, orientando la persona ad attività di socializzazione inserendola, così, nuovamente e attivamente nella comunità. 

Che cosa vi ha sorpreso di più nei primi mesi di lavoro sul campo? E che cosa rischia di succedere quando una fragilità non viene intercettata in tempo?

Nei primi mesi sul campo ci ha sorpreso constatare quanto la figura dell’Agente comunitario di salute fosse necessaria, ma soprattutto l’accoglienza molto positiva che abbiamo ricevuto fin da subito. È emerso un bisogno concreto di questo ruolo come riferimento di prossimità, e sia il tessuto associativo che i servizi socio-sanitari formali ci hanno accolto con grande disponibilità, riconoscendo la potenzialità di una figura flessibile capace di fare da collante sul territorio. Quando invece una fragilità non viene intercettata in tempo, il rischio reale è un effetto valanga, in cui piccoli problemi facilmente gestibili degenerano rapidamente in emergenze acute. Questo scenario non solo compromette l’autonomia della persona, ma rischia di affaticare ulteriormente i servizi tradizionali, già messi a dura prova dalla carenza di risorse. Il risultato finale è un sovraccarico del sistema: si finisce per affrontare ricoveri ospedalieri o inserimenti in strutture che, con un intervento tempestivo e preventivo, si sarebbero potuti facilmente evitare. 

Quali sono le persone che rischiano di restare più ai margini dei percorsi tradizionali di assistenza? E come si costruisce fiducia in un quartiere, soprattutto con persone anziane?
Le persone che rischiano maggiormente di restare ai margini appartengono a una complessa “zona grigia”, ovvero quei cittadini che non presentano criticità così acute da attivare i servizi territoriali tradizionali, ma che vivono in un isolamento quotidiano silenzioso. Costruire fiducia con loro, specialmente con gli anziani resi giustamente diffidenti dalle necessarie campagne anti-truffa promosse negli ultimi anni, ha richiesto un approccio estremamente trasparente e delicato. Per superare questa diffidenza iniziale, abbiamo cercato di organizzare la prima conoscenza di persona al di fuori delle mura domestiche, scegliendo luoghi del quartiere che fossero informali e neutri. Una strategia efficace è stata quella di farci presentare da una figura di riferimento già nota e fidata alla persona intercettata, come un vicino, un amico o il medico di base, che potesse facilitare l’incontro. In questo percorso ci ha agevolato moltissimo il fatto di essere stabilmente solo noi due a gestire i contatti, senza rotazioni di personale. Vedere sempre gli stessi volti ha permesso alle persone di riconoscerci e stabilire una familiarità quotidiana. Quando poi il percorso si è spostato a domicilio, la sicurezza è diventata la nostra priorità. Abbiamo girato sempre con un tesserino di riconoscimento ben visibile, completo di nome, cognome e fotografia. Per eliminare ogni forma di ansia o dubbio, abbiamo pensato anche di inviare una foto di questo tesserino direttamente all’anziano o al suo caregiver/badante prima del nostro arrivo. In questo modo, la persona sapeva in anticipo e con assoluta certezza chi si sarebbe trovata davanti, sapendo esattamente a chi stava per aprire la porta di casa. 

Qual è stata la sfida più grande per un progetto che ha cercato di cambiare il modo in cui una città pensa alla cura delle persone?
La sfida più grande è stata sicuramente di natura culturale. Si è trattato di scardinare l’idea che la cura fosse solo una risposta medica o assistenziale ad un’emergenza già in atto, promuovendo invece un modello basato sulla prossimità e sulla prevenzione. Cambiare la prospettiva di una città significa far comprendere che la salute si tutela anche contrastando la solitudine e tessendo legami di quartiere, prima che insorga una crisi. Questo richiede un cambiamento profondo da parte di tutti. Per i cittadini significa imparare ad accogliere il supporto prima di essere al limite delle forze; per il sistema dei servizi comporta il superamento dei vecchi schemi rigidi, integrando davvero l’aspetto sociale con quello sanitario. La vera scommessa è stata dimostrare che il tempo dedicato all’ascolto e alla costruzione di una relazione non è un lusso o un di più, ma un pilastro fondamentale e concreto della salute pubblica. 

Che indicatori avete usato per capire se la sperimentazione stava funzionando? E in che modo si intende estenderla al resto della città, anche coinvolgendo esercizi commerciali di prossimità?
Per capire se la sperimentazione stesse funzionando abbiamo utilizzato indicatori quantitativi e qualitativi, monitorando il numero di persone intercettate, le attivazioni della rete territoriale e la risposta e l’adesione dei cittadini alle attività di gruppo organizzate direttamente da noi agenti. Abbiamo valutato poi l’impatto sul territorio attraverso il miglioramento del benessere percepito e la reale riduzione dell’isolamento sociale. L’estensione al resto di Bologna avverrà in modo flessibile, adattandosi alle peculiarità di ogni zona. In altri quartieri, infatti, il target potrebbe cambiare rispetto a Savena e non essere più la popolazione anziana, ma rivolgersi ad adulti fragili o minori. In questo sviluppo, gli esercizi commerciali di prossimità giocheranno un ruolo chiave come “antenne” territoriali, capaci di cogliere i primi segnali di disagio o l’assenza improvvisa di un cliente abituale e segnalarcelo tempestivamente per attivare una rete di cura diffusa.

Intervista di Silvia Santachiara