Per anni sono rimasti locali vuoti, affacciati sulle strade e sui cortili delle Popolarissime. Oggi, dietro quelle porte, si può esplorare la propria identità di genere; fare una visita ginecologica gratuita ma soprattutto essere accoltɜ e ascoltatɜ; prendere in mano una macchina fotografica per raccontare ciò che del quartiere resta spesso fuori campo.
Nel quadrilatero compreso tra le vie Malvasia, dello Scalo, Pier de’ Crescenzi e Casarini, la rigenerazione urbana entra in una nuova fase. Dopo gli interventi sugli edifici, sul verde e sugli spazi comuni, alcuni ex locali commerciali di proprietà Acer hanno ricominciato ad avere una porta da aprire, persone da accogliere e attività da immaginare. Sono diventati luoghi di cura e incontro.
Una riqualificazione promossa dal Comune di Bologna e dal Quartiere Porto-Saragozza in stretta collaborazione con Acer e la Fondazione IU Rusconi Ghigi, all’interno del progetto Agende Trasformative Urbane per lo Sviluppo Sostenibile (ATUSS) – Giardino della Resilienza, finanziato attraverso i fondi PR FSE+ Emilia Romagna 2021-2027, Priorità 3 – Inclusione sociale, Obiettivo specifico 4.11.
In via Malvasia 29/B ha aperto la nuova sede di Gruppo Trans, mentre in via Casarini 40 è attivo il Laboratorio Ginecologico Popolare. Entrambi, pur non beneficiando direttamente delle risorse ATUSS, sono inserite nella rete di coordinamento e accompagnamento del progetto, in coerenza con gli obiettivi di salute di prossimità e welfare comunitario.
Infine, è stato attivato un percorso fotografico che ha coinvolto giovani e residenti nella costruzione di un racconto delle Popolarissime dall’interno, culminato nella mostra fotografica “La cura del margine”, inaugurata il 30 settembre in via Malvasia 29/a e visitabile fino al 10 ottobre.
Sono tre esperienze differenti, ma compongono una stessa sperimentazione: trasformare spazi fisici restituiti alla città in infrastrutture sociali, capaci di rispondere a bisogni che spesso restano invisibili. È il passaggio dalla rigenerazione degli spazi alla costruzione di una comunità intorno a quegli spazi.
Dalla riqualificazione degli spazi alla costruzione di relazioni
Le Popolarissime sono un comparto di edilizia residenziale pubblica costruito nella seconda metà degli anni Trenta: circa cinquecento alloggi organizzati intorno ad ampi spazi verdi, secondo un’idea urbanistica che voleva portare il verde dentro la città. Nel tempo, però, i giardini e le aree comuni erano diventati progressivamente meno fruibili.
Il percorso per ripensarli viene da lontano. Già nel 2017 i Laboratori di Quartiere avevano raccolto bisogni, proposte e istanze di abitanti e associazioni; nel 2019 un nuovo percorso di coinvolgimento aveva approfondito priorità e possibilità di intervento. A partire dal 2020, il Comune di Bologna, con Acer e grazie anche al cofinanziamento della Regione Emilia-Romagna, ha avviato una riqualificazione complessiva del comparto. Gli interventi hanno restituito all’uso pubblico un giardino di circa due ettari e un nuovo padiglione multifunzionale, inaugurati nell’aprile del 2024.
Alla trasformazione materiale è seguita quella sociale. È il passaggio su cui lavora ATUSS – Giardino della Resilienza, progetto promosso dal Comune di Bologna e finanziato attraverso il PR FSE+ Emilia-Romagna 2021-2027, nell’ambito della priorità dedicata all’inclusione sociale.
La Fondazione IU Rusconi Ghigi ne cura la regia territoriale e il monitoraggio delle attività, promuove il confronto tra i servizi, accompagna le realtà sociali presenti nell’area, ascolta bisogni e proposte di chi vi abita e ha assunto la gestione di tre ex locali commerciali di proprietà Acer. Due sono stati affidati a enti del Terzo settore: quello di via Casarini 40 al Laboratorio Salute Popolare e quello di via Malvasia 29/B a Gruppo Trans APS. Il terzo, in via Malvasia 29/A, ospita la mostra conclusiva del percorso fotografico.
La sperimentazione parte dunque dagli immobili, ma non si esaurisce nella loro assegnazione. La domanda di fondo è più ampia: che cosa può diventare un locale vuoto quando una comunità ha la possibilità di abitarlo?
TranSpace
Per Gruppo Trans APS, avere una sede stabile era un’esigenza maturata nel corso di dieci anni di attività. Nato come gruppo di socializzazione e autocoscienza, nel tempo il collettivo è diventato un’associazione strutturata, impegnata nell’ascolto, nell’orientamento e nella tutela dei diritti delle persone trans e non binarie.
Lo spazio di via Malvasia 29/B è stato assegnato nell’ambito del Patto generale di collaborazione per la promozione e la tutela dei diritti delle persone e della comunità LGBTQIA+, promosso dal Comune di Bologna e sottoscritto da numerose realtà cittadine.
Dopo i lavori di sistemazione dello spazio a cura di Gruppo Trans, la sede è diventata operativa nell’autunno del 2025. Quaranta metri quadrati appena, sufficienti però a creare qualcosa che spesso manca: un luogo riconoscibile, dove entrare e sentirsi accolti e ascoltati.
“Siamo un gruppo di socializzazione ma desideravamo uno spazio che potesse essere fruibile anche in altri modi», racconta Andrea Ruggeri, Presidente di Gruppo Trans. Accanto all’accoglienza e all’orientamento, TranSpace ha ospitato laboratori di taglio di capelli, iniziative di riuso creativo, pranzi condivisi, incontri sui diritti, sulla salute e sull’accesso ai servizi, fondazioni europee che si occupano di diritti, incontri con legali, oltre a momenti di formazione. “Siamo un punto di riferimento in particolare per persone giovani, spesso studenti, che passano in sede per provare make up, abiti, giocare ed esplorare la propria identità di genere – continua Ruggeri-. Circa 14 persone sono arrivate con questo intento. E per me, questa, è già una vittoria del progetto”
Da ottobre 2025 la sede ha garantito due aperture settimanali di tre ore, dedicate anche a colloqui individuali di supporto e accompagnamento, per un totale di circa 60 aperture e quasi 500 persone raggiunte dalle diverse attività. E oggi l’associazione sta aprendo la sede anche a nuove proposte, alla comunità.
Il Laboratorio Ginecologico Popolare
Attraversando il quadrilatero e arrivando in via Casarini 40 troviamo Il Laboratorio Ginecologico Popolare, nato dall’esperienza del Laboratorio Salute Popolare, attivo a Bologna dal 2019.
Inizialmente lo sportello ginecologico aveva sede in vicolo Bolognetti come punto di ascolto e orientamento ai servizi. La disponibilità del nuovo locale ha consentito di compiere un passaggio importante: costruire un vero ambulatorio, autorizzato dall’Azienda USL, nel quale effettuare gratuitamente visite ostetriche e ginecologiche di base ed ecografie.
Lo spazio è stato assegnato dalla Fondazione attraverso un avviso pubblico ed è stato inaugurato nel giugno 2025. Le attività sono autogestite e autofinanziate dal Laboratorio Salute Popolare. È attivo un crowdfunding. Qui il link
All’interno dell’ambulatorio collaborano ginecologhe, ostetriche, mediche di medicina generale, infermiere, psicologhe, farmaciste e altre professioniste sociosanitarie. La visita viene condotta da un’équipe multidisciplinare secondo un modello biopsicosociale, che considera insieme condizioni cliniche, economiche, abitative, lavorative e relazionali.
“Non vogliamo limitarci a erogare una prestazione,” spiegano le attiviste del laboratorio di salute popolare-. “Cerchiamo di mettere la persona al centro e di restituirle un ruolo attivo nel proprio percorso di cura. L’approccio è orizzontale e basato sull’ascolto. Cerchiamo quindi di creare modelli di salute diversi da quelli prestazionali e iper medicalizzati”.
Le visite, prenotate telefonicamente, durano mediamente un’ora. L’accoglienza, la raccolta della storia personale, il confronto tra competenze e l’eventuale orientamento ad altri servizi non sono passaggi accessori: fanno parte della cura.
A raccontare perché questo tempo sia necessario sono anche le storie raccolte attraverso il triage sociale, lo strumento utilizzato dall’ambulatorio per osservare non soltanto le ragioni cliniche dell’accesso, ma anche gli ostacoli economici, burocratici e relazionali che incidono sulla salute.
MY.AR. ha 41 anni. Tre anni prima le era stato inserito un dispositivo intrauterino ma da mesi cercava di prenotarne la rimozione senza riuscire a ottenere un appuntamento, mentre F.O., 38 anni, si è rivolta all’ambulatorio dopo avere provato ad accedere a una visita ginecologica attraverso il Servizio sanitario nazionale. Il primo posto disponibile era a più di nove mesi di distanza.
Sono vicende diverse, ma mostrano la stessa distanza tra l’esistenza formale di un diritto e la possibilità concreta di esercitarlo. Una distanza fatta di liste d’attesa, percorsi difficili da attraversare, visite incomplete o tempi troppo brevi. In altri casi, l’accesso al servizio pubblico non è bastato a produrre una vera presa in carico.
“La fascia di popolazione precaria sta cambiando volto. Non arrivano soltanto persone in condizioni di marginalità estrema – continuano le attiviste – ma soprattutto giovani residenti o domiciliate a Bologna, spesso diplomate o laureate, con un lavoro precario o senza occupazione e con un affitto da sostenere. Persone che possono avere un medico di base e una rete sociale, ma che restano escluse da una visita tempestiva a causa delle liste d’attesa, dei costi o di ostacoli burocratici”.
È una vulnerabilità meno visibile, che attraversa fasce sempre più ampie della popolazione: chi non può sostenere il costo del privato rimanda la cura, vi rinuncia o si rivolge al pronto soccorso anche per bisogni che dovrebbero trovare risposta nei servizi territoriali.
Tra le esperienze raccolte emergono inoltre situazioni di violenza ostetrica e ginecologica: sintomi sottovalutati, decisioni non condivise, linguaggi giudicanti o persone che non si sono sentite riconosciute nel proprio percorso. L’ambulatorio intende continuare a monitorare questi fenomeni e trasformare ciò che emerge dalle visite in conoscenza utile al confronto con consultori, servizi sanitari e Istituzioni.
Il radicamento territoriale passa anche dalla soglia dell’ambulatorio. Banchetti informativi e momenti pubblici nel Giardino delle Popolarissime permettono di incontrare le persone che abitano il comparto, raccontare le attività e costruire relazioni con altre realtà cittadine. Il lavoro di rete, anche con la Casa delle donne, ha consentito in alcuni casi di intercettare situazioni di violenza che difficilmente sarebbero emerse nel corso di una visita esclusivamente clinica.
In questo senso, l’ambulatorio non è soltanto un luogo in cui ricevere una prestazione gratuita. È anche un osservatorio sui bisogni che cambiano e uno spazio nel quale la salute torna a essere un fatto collettivo: qualcosa che riguarda i corpi, ma anche il reddito, il tempo, la casa, il lavoro e la possibilità di essere ascoltate.
Il laboratorio fotografico e la mostra “La cura del margine”
Il terzo spazio della sperimentazione è nato molto prima di diventare una mostra. É un percorso che ha portato ragazzi e ragazze a prendere in mano una macchina fotografica e puntarla verso ciò che vivono ogni giorno: un cortile attraversato distrattamente, una finestra illuminata, un gruppo di persone fermo a parlare, una serranda che torna ad alzarsi. Ma anche le persone che risiedono nel comparto all’interno delle loro abitazioni.
È da qui che prende forma il progetto realizzato da Fondazione IU Rusconi Ghigi in collaborazione con la cooperativa 1Cinquantesimo, curato da Margherita Caprilli e Carlo Sgarzi.
Il percorso ha coinvolto direttamente ragazze, ragazzi e persone residenti nel comparto, in dialogo con il Portierato di comunità, Scu.Ter e le altre attività sociali e culturali presenti nell’area come il circo BAUCI. Nel primo semestre del 2026 si sono svolti tredici laboratori, rivolti in particolare a giovani fuori dai percorsi di studio e di lavoro.
Durante gli incontri hanno imparato a conoscere il linguaggio fotografico, a usare macchine analogiche e digitali e ad avvicinarsi alle prime tecniche di postproduzione. Ma il cuore del laboratorio non è stato soltanto tecnico. Fotografare il luogo in cui si vive significa fermarsi e scegliere che cosa includere nell’inquadratura, che cosa rendere visibile.
Le fotografie realizzate durante il percorso sono confluite nella mostra “la cura del margine”, in programma fino al 10 ottobre. L’allestimento ha trovato casa tra la Biblioteca Jorge Luis Borges e il locale Acer di via Malvasia 29/A, gestito dalla Fondazione. Anche questo spazio entra così nel racconto: non è soltanto il luogo in cui mostrare le immagini, ma una parte della trasformazione che quelle immagini documentano. Alle fotografie realizzate dalle partecipanti al laboratorio è affiancata un’ulteriore produzione realizzata da Margherita Caprilli.
La mostra rappresenta l’esito visibile di un processo cominciato molto prima. Non soltanto una restituzione pubblica, ma un esercizio collettivo di sguardo su volti, luoghi, legami, abitudini che spesso restano fuori campo.
di Silvia Santachiara

